Dreamers Day

Vento

Nuvole – Chiara Del Nero

Dreamers Day

Caro Lettore,

le Nuvole, come metafora, sembra si stiano accumulando un po’ ovunque a impedire la nitidezza del “vedere” e del “sentire”. Nuvole scure e minacciose che si chiamano paura, preoccupazione, indifferenza o rabbia, anche, per tante cose che vanno storte secondo le nostre aspettative. Tutto ciò che viene a disturbare il nostro pensare abitudinario, il nostro tran tran di gesti e parole e cibo e riti, siamo pronti a rifiutarlo quasi sempre, rigettandolo, aggredendolo, chiudendo la porta.

 

Un atteggiamento molto difensivo, si potrebbe dire. Le cose non vanno tanto bene su questo pianeta così bello, eppure è difficile che ci spostiamo dalla nostra “tana” mentale dove di solito ci adattiamo alla bell’e meglio purché le cose nostre non cambino più di tanto! La lotta è sempre perché tutto possa tornare come era “prima”, prima di un temporale, di un uragano, prima della tempesta o del disastro o, banalmente, prima di quella notizia, di quel litigio e della parola di troppo che non siamo stati in grado di controllare.

 

C’è vento fuori, caro Lettore.

Il vento per le Nuvole è come la benzina nel motore: spinge e trasporta e ha mille funzioni. Spazza e imbratta, insemina e distrugge, spettina e spinge, tanto che un aereo è arrivato a New York più di un’ora in anticipo perché il vento lo ha sostenuto e spinto. Che forza straordinaria e misteriosa!

 

Parliamo di malattia

Il vento fa anche un’altra cosa: trasmette le voci, i racconti, i sussurri e i bisbigli, quelli che mi diverto ad ascoltare mentre cammino tra la gente per strada. Due che si fermano, due che prendono il caffè da qualche parte o seduti ad aspettare qualcosa. E mi colpisce con forza scoprire che le parole che il vento diffonde nell’aria sono quasi sempre parole che parlano di malattia. “Ciao come va? È un po che non ci vediamo!” Ed ecco le invariabili risposte: “Oh guarda sono appena uscita dal raffreddore, influenza, labirintite, mal d’orecchio, febbre, vomito” e tutto quanto il nostro solito repertorio. Il povero malcapitato comincia a pentirsi di averci chiesto come va. E giù che gli vengono velocemente snocciolati i percorsi ospedalieri propri o altrui o dei parenti, i farmaci che funzionano e quali no, le tisane e le ansie e i dubbi e i se e i ma…

 

“Ma come si può stare bene non vedi in che mondo viviamo?”

 

Il nostro comincia davvero a sudare e non sa come sottrarsi se non con flebili e ovviamente inascoltati “eh lo so è dura. Be’ dai anche noi sai non siamo stati tanto bene”(sperando l’altro si distragga un momento dai propri mali e diventi empatico – termine tanto di moda quanto mai applicato). Niente. Soltanto il senso del tempo che sta scorrendo riesce finalmente a rimettere le cose in carreggiata e entrambi si salutano ” Dai, tirati su mi raccomando!” e “Dai è stato bello rivederti! Un giorno ti chiamo e ci prendiamo un caffè, ti va?” Affranto l’altro risponde di sì, che certo, un caffè lo prenderà volentieri mentre si augura che il conoscente non lo chiami mai!

 

Credetemi: siamo così.

 

È estenuante e ho scoperto che in questo modo però nessuno parla davvero di sé e ci si limita a questo scambio sterile e superficiale; ammesso sia uno scambio.

 

L’esercizio

Ora proviamo invece a immaginare che stiamo per uscire, abbiamo un po’ di faccende da sbrigare. Ci siamo scritti un bel foglietto come pro-memoria e ci siamo creati mentalmente il percorso migliore da seguire per portare a buon fine la nostra uscita ma stiamo dimenticando qualcosa che sarebbe invece giusto preparare uscendo di casa, così come ci siamo pettinati e messi le scarpe e controllato di avere soldi e documenti e quanto serve. Ci siamo dimenticati, nel nostro elenco, di preparare qualcosa da dire se incontriamo qualcuno che ci ferma e ci chiede “come va?”.

 

È un esercizio molto interessante e lo consiglio. Naturalmente prepariamo qualcosa di buono (esattamente come quando invitiamo qualcuno a mangiare a casa nostra). Qualcosa di bello da dire. Ed eccoci fuori! E l’inevitabile “Ciao come va ?” “Bene grazie! Hai visto che magnifico sole abbiamo oggi? Sai che la figlia del nostro comune amico si è laureata a pieni voti su una tesi interessantissima? Che gioia non trovi? Ieri sera sono uscito a mangiare una pizza davvero squisita, sai? Ti consiglio questo posto. Ho fatto un sogno così bello stanotte! Ciao allora ci vediamo, eh? Stai bene mi raccomando !” (E evitiamo di dare appuntamenti!) Insomma, ci siamo capiti.

 

Così come nella migliore cucina gli ingredienti non mancano ecco che possiamo preparare cose buone e belle e soprattutto vere da dire. Una piccola scorta benefica da tenere in tasca proprio come i soldi nel portamonete. Ed ecco che se ci mettessimo tutti d’impegno, io credo che in poco tempo risaneremmo l’aria e lo spirito nostro e altrui come in una benefica rete di buon umore e sorrisi.

 

Sì, perché gli eventi non cambiano certo in meglio se stiamo in quella grigia zona del lamento perpetuo spesso su niente o su poco. Ma se proviamo potremmo accorgerci che gli eventi invece lentamente mutano perché il sorriso e il bene sono forze enormi tanto quanto lo sono il lamento e il male. A noi la scelta. E se mi aiutate a fare questo, saremo l’un l’altro grati e propositivi. Creativi e fiduciosi. È divertente, spiazzante anche con noi stessi e… benefico!

 

Abbiamo tanto da fare: ricordiamoci di avere sempre pronta una cosa buona e bella e vera da dire.

 

Alla prossima caro paziente Lettore!

Formatore in Psicosintesi e counselor. Inguaribile (ma anche malinconica a volte) ottimista sulla Vita e le possibilità umane sempre in divenire.